Rompere il ciclo della trasmissione famigliare: la figura di transizione
2024-03-27 By Serena Taccari
Nessuna famiglia è perfetta. Questo è un concetto universalmente conosciuto.
Alcune, senza dubbio, riescono a mantenere una coesione più efficace e duratura rispetto ad altre. Queste famiglie coltivano relazioni empatiche e comprensive. Collaborano, si divertono e condividono momenti di gioia insieme. Sono uniti nel perseguire obiettivi comuni e nel reciproco sostegno. I membri della famiglia si incoraggiano l’un l’altro e si sostengono reciprocamente. I genitori sono impegnati nel successo della coppia e della famiglia, creando così una cultura familiare fondata sull’affetto.
Al contrario, altre famiglie possono avere dinamiche disfunzionali. I membri potrebbero trascurare le proprie responsabilità, trattarsi con freddezza, violare i voti matrimoniali e coinvolgersi in comportamenti dannosi, come abusi fisici, emotivi, sessuali o spirituali. Potrebbero manifestare atteggiamenti manipolativi e critici. Inoltre, alcuni membri potrebbero sviluppare dipendenze da alcol o da altre sostanze. Le conseguenze di queste pratiche distruttive non si limitano ai diretti interessati, ma possono influenzare pesantemente le generazioni future.
Indipendentemente dall’esperienza di provenienza, che sia da una famiglia amorevole o da una famiglia segnata da conflitti e sofferenze, è probabile che si sia sperimentato cosa significhi far parte di una famiglia imperfetta.
Numerose ricerche hanno evidenziato come le persone cresciute in un ambiente familiare negativo possano ereditare gli schemi comportamentali di tale ambiente. I traumi emotivi, indipendentemente dalla loro natura, sono dolorosi e complessi, e come il DNA, possono trasmettersi come un tratto distintivo.
Di conseguenza, molti considerano il provenire da un contesto familiare disfunzionale come una sorta di condanna a riprodurre gli stessi schemi nelle generazioni successive. Anche quando si cerca di sfuggire a tali dinamiche, spesso si finisce per replicare schemi disfunzionali, generando un circolo vizioso.
Ad esempio, diversi studi hanno dimostrato una correlazione tra gli atteggiamenti e i comportamenti educativi dei genitori e quelli dei loro figli adulti. Se un genitore è infelice nel matrimonio, è più probabile che i figli vivano esperienze simili. Lo stesso vale per comportamenti che vanno dalla mancata conclusione degli studi fino ai rapporti con il denaro e alle relazioni interpersonali, al di là dell’impegno profuso.
La qualità delle nostre relazioni, determina la qualità della nostra vita
Il punto da cui intendo partire oggi con voi è questo assioma: che la qualità delle nostre relazioni determina la qualità della nostra vita. Non c’è dibattito su questo, lo sappiamo tutti, è così.
Ed è altrettanto un fatto che intorno a noi in questo mondo così come è oggi, le relazioni sono sempre meno luoghi in cui sentirsi al sicuro, connessi.
Perchè quella persona reagisce così?
Perchè io mi sento così?
Perchè non faccio questo o quello?
Perchè quel collega… perchè il mio socio… perchè quel partner, perchè il progetto…
Mi trovo spesso ad affrontare le domande più difficili, e da me, come è giusto che sia, non ci si aspetta una risposta di parte, ma piuttosto qualcosa di preciso e chiaro. Per me, comprendere la radice dei problemi sottostanti alle tante domande su di noi e sugli altri è fondamentale, dato che il mio approccio è sistematico. Cerco costantemente la causa alla base di ogni situazione. Infatti, ciò che comunemente definiamo “problema” non è altro che un sintomo della vera questione.
La questione cruciale riguardante le radici dei problemi è che le conversazioni ad esse correlate sono intrise di intense emozioni e risultano estremamente scomode e difficili.
Immaginate di trovarvi in una situazione di conflitto in casa e considerate quanto sia arduo placare le intense emozioni e stabilire una connessione con l’altro. Ma perché?
Oppure, come spesso mi chiedo io… per ottenere che…
Tutto ha senso, in contesto
Durante i miei studi sull’intervento strategico e sul coaching funzionale, su cui si basa tutto ciò che sto per condividere, sono rimasta profondamente affascinata dalla centralità del contesto. Ho notato come il tema del trauma emotivo e dell’attaccamento sia essenziale per comprendere le dinamiche che hanno plasmato il tuo passato e che influenzano il contesto del tuo comportamento attuale, impedendoti di progredire.
Nel mio ruolo, mi aspettano risposte chiare e funzionali che possano aiutarti a superare gli ostacoli che ti bloccano. Se svolgerò bene il mio compito oggi, ciò che dirò potrebbe fornirti delle chiavi di comprensione, consentendoti di ampliare le tue possibilità di espressione e prospettiva.
Come diceva Watzlawick, “tutto è comunicazione”. Ma cosa determina ciò che gli esseri umani comunicano? Come funziona il nostro personale stile di comunicazione? O, come spesso mi chiedono, perché? In effetti, siamo partiti da questa domanda fondamentale.
Quando sei piccolo vieni allenato diciamo così a fare una delle domande più fastidiose che fanno i bambini: “Perchè?”
Kiichiro Toyota, il fondatore di Toyota, ha portato avanti questa idea, nell’azienda, che le domande a ritroso servissero per indagare i processi di produzione. Quando l’ho scoperto ho pensato tipo vedi lo sapevo da quando ero un piccola che bisognava chiedersi come funziona! Per l’esattezza Toyota insegnava a chiedere almeno 5 volte perchè? per arrivare alla causa che sta alla base di un processo di produzione o di un processo aziendale.
I processi aziendali funzionano bene col perchè, la nostra mente meno, in quanto come ho già spiegato in un altro episodio ci chiude nei loop e nel rimuginìo. Non porre un “perchè” ma un “per ottenere che…” che spinge a una diversa indagine. E se veramente fai questa domanda, per un periodo di tempo sufficientemente lungo, ottieni delle risposte significative.
Quando siamo piccoli dicevo Sfinivamo di perchè mamma o papà. Alcuni rispondibili, altri per certo li mettevano a disagio discutendo il loro modo di agire. E la conversazione si concludeva di solito con perché l’ho detto io o perché sono tuo padre o perché sono tua madre. A nessuno salterebbe in mente di dire beh perché ho un trauma infantile non risolto che sta emergendo per me proprio adesso, e non voglio avere a che fare con te perché mi causi stress con questa domanda.
Così impariamo che maneggiare determinati stati emotivi, è inaccessibile: meglio non parlarne. E sappiamo che i bambini imparano a gestire solo le emozioni che gli è permesso di provare.
Abbiamo detto che per capire qualcosa devi essere in grado di andare più in profondità del livello superficiale e per cambiare qualcosa devi davvero capire la causa alla radice. E la radice la troviamo qui.
Come amiamo e come permettiamo di amarci
Quando Bowlby ha teorizzato come funziona l’attaccamento è stato rivoluzionario. La teoria dell’attaccamento, ovvero come formiamo legami emotivi e psicologici spiega un tipo particolare di connessione tra due persone: il tipo di connessione per cui quando le due persone sono insieme si percepiscono al sicuro, quando sono divise percepiscono una perdita. Questo tipo di legami è quello che proviamo quando amiamo, e quando amiamo la connessione che creiamo è intimità. E non ci può essere intimità se non c’è sicurezza.
Quindi la teoria dell’attaccamento cambia tutto rispetto a come noi amiamo e come permettiamo agli altri di amarci, perchè spiega come siamo al sicuro.
Perchè vi dico questo? perchè esattamente come ho detto all’inizio, la qualità delle nostre relazioni determina la qualità della nostra vita, ed a sua volta la qualità delle nostre relazioni, ovvero delle interazioni con le persone intorno a noi, è determinata esattamente da quello che ha teorizzato Bowlby, cioè che nei primi anni della nostra vita abbiamo appreso come si fa, come si sta, quando ci sentiamo al sicuro. In quella che chiamiamo la nostra zona di comfort.
Come funziona la nostra Zona di Comfort
Parliamo spesso della zona di comfort ed ecco cosa è, il posto in cui , anche quando fa schifo, ci sentiamo al sicuro perchè lo conosciamo bene. Lo conosciamo da piccoli.
Bowlby riteneva che tutto quello che facciamo assume significato all’interno di un contesto.
E questa è la prima grande risposta ai tanti perchè che ho posto all’inizio, riguardo il motivo per cui le persone intorno a noi si comportano in un certo modo: tutto ha significato nel contesto da cui essi osservano il mondo.
Tutto ha significato nel contesto da cui noi osserviamo il mondo. E questo contesto, trae origine da come abbiamo imparato ad amare ed essere amati.
La teoria dell’attaccamento ci aiuta a capire che l’aspettativa di come trattiamo gli altri, e l’aspettativa di come loro ci trattano, è formata dai nostri legami dell’infanzia. C’era un esperimento a questo riguardo molto interessante: una scimmietta, un cucciolo messa in una gabbia con un manichino con un rivestimento morbido e un manichino di metallo con un biberon di latte, preferiva stare tra le braccia del comode che nutrirsi, e andava dall’altro solo per mangiare e quando aveva veramente fame.
Noi siamo esattamente così. Ci viene data una situazione e adattiamo il nostro comportamento per ottenere cura da chi è lì per accudirci , il nostro caregiver.
Dai legami dell’infanzia questo impariamo a settare l’aspettativa di come trattiamo gli altri, e l’aspettativa di come loro ci trattano.
Quello che Bowlby ha scoperto in sostanza che finiamo per fare quello che ci è stato fatto.
Le persone ferite feriscono le persone
Immaginiamo due diverse case, in cui due bambini diversi, si…adattano col caregiver. Se la mia mamma che magari è depressa, si accorge di me solo quando piango forte, imparo a fare questo.
Nella casa a fianco il bimbo che apprende anche lui velocemente, ha una mamma che si sente a disagio con le emozioni e quindi si avvicina solo quando lui sta buono e zitto. e impara a reprimere le emozioni. Il bimbo che amplifica i sentimenti avrà un attaccamento ansioso e l’altro un attaccamento evitante, così dice la ricerca.
È anche normale che nessuna famiglia sia perfetta, tutti facciamo del nostro meglio. Eventualmente anche i nostri genitori hanno avuto i loro di problemi. Punto, è così.
Non intendo farvi pensare che questi due bambini avranno vite terribili perchè non è così, ma quando si tratterà di avere relazioni veramente sane e appaganti dovranno dis-imparare qualcosa che hanno già imparato
perchè se si incontreranno, probabile saranno attratti dal nuovo ma non si sentiranno affatto al sicuro: uno amplifica i sentimenti per farsi accudire l’altro è a disagio con questo nasconde i suoi e non sa gestire. Così si che andranno incontro ad un incastro un loop uno insegue, uno fugge.
Questa danza tra paura e rassicurazione esiste anche come adulti. Le ricerche lo mostrano: cerchiamo vicinanza quando abbiamo bisogno di protezione e protestano quando sono separati e può essere una separazione piccola come una discussione o grande e definitiva come la morte. Ed esattamente come nei bambini, anche gli adulti nelle loro relazioni costruiscono modalità di rassicurazione con le stesse dinamiche dell’attaccamento. Un attaccamento sicuro offre un posto in cui essere al sicuro ed uno spazio di crescita, perchè sentirsi al sicuro permette al nostro cervello di entrare in piena funzionalità ed attiva l’apprendimento. Quando invece di biasimare il comportamento dell’altro riconosciamo che entrambi abbiamo ferite possiamo leggere una nuova mappa ed apprendere.
Tutto questo ci aiuta a comprendere come è necessario smettere di negare che esiste un trauma, solo perchè non vediamo la ferita esteriore.
Ed è necessario per noi disimparare alcune cose che abbiamo imparato da piccoli: imparare consapevolmente a riconoscere come ci sentiamo darci il tempo di comprendere quale pensiero si sta palesando nella nostra mente, intercettarlo.
Come faccio a costruire una relazione riparatrice in cui sentirmi al sicuro a mostrare la mia vulnerabilità? perchè se restiamo qui l’unica verità è che le persone ferite feriscono le persone.
Fermiamoci un attimo: se è vero che come dice Bowlby osserviamo dal nostro contesto e siamo in grado di replicare spontaneamente solo quello che ci è stato fatto, capiamo che quando guardi qualcosa come la famosa regola d’oro del Talmud “fa’ agli altri quello che vorresti che gli altri facessero a te”, e tutto ciò che sai è dolore, entri in relazione e fai male ad altri, anche se quello che vuoi è conenssione.
E vuol anche dire che la famosa regola di platino teorizzata dagli psicologi Alessandra e O’Connor “tratta gli altri come vorrebbero essere trattati” se anche loro tutto quel che conoscono è dolore, capite bene che non funziona: cosa gli infliggerai tu? una stratificazione del trauma?
Ma davvero l’unica cosa che sappiamo fare è ciò che ci è stato fatto?
Sì, istintivamente sì. So che percepite già una gran resistenza e dite: “siamo destinati a questo?” Certamente no, per questo vi do uno strumento come ho promesso. Ma prima cercherò di mostrarvi come funziona. Infatti, per comprendere la radice del problema bisogna, lo abbiamo detto, conoscerlo.
TIPO DI COMPORTAMENTO
TIPO DI PENSIERO
TIPO DI EMOZIONE
TIPO DI CREDENZA
TIPO DI ATTACCAMENTO
EVENTO EMOTIVAMENTE TRAUMATICO
Le credenze limitanti non sono solo nella tua mente
Abbiamo detto che per arrivare alla causa alla radice bisogna scendere come diceva Toyota, almeno 5 volte.
Quindi partiamo dall’osservazione del comportamento, come diceva Bowbly. Prendiamo un qualsiasi comportamento.
Dietro il comportamento c’è un pensiero.
Per questo leggete in giro: cambia la qualità dei tuoi pensieri. Sembra facile! non basta pensare positivo! anzi, avulso da contesto è una sciocchezza, serve solo alla facciata. E’ vuoto.
E qual è il contesto?
Il contesto è che ogni volta che affronti qualcosa c’è una informazione emotiva che arriva dal corpo, l’informazione emotiva e so che la cosa ti sconvolgerà ma devi sapere che la maggior parte delle informazioni emotive, specialmente in presenza di una minaccia, sono così automatiche che avvengono molto prima che il tuo sistema nervoso – e certamente la tua corteccia prefrontale – nel cervello, possano catturare il pensiero.
E ciò che produce queste emozioni sono le convinzioni che chiamiamo credenze.
La cosa particolare del sistema di credenze, o convinzioni è che non sono solo della mente.
hai capito bene, le cosiddette credenze limitanti non fanno parte solo della mente. Esiste quella che si chiama l’aspettativa neurale. Cioè l’aspettativa di tutto il tuo sistema nervoso su cosa questo fatto, questo evento, significa.
I nostri corpi sono macchine fatte apposta per rilevare le minacce, e quindi non solo c’è il nostro cervello ma tutto il nostro sistema nervoso che ha una aspettativa neurale – o convinzione – su cosa significa questa cosa; e quella convinzione del corpo viene dalla qualità della relazione di attaccamento e dei legami che abbiamo formati principalmente in tenera età.
Qual è la minaccia in corso? La minaccia in corso è la perdita di quella sicurezza e confort che abbiamo qualificato tale quando eravamo piccoli Sì, anche se faceva schifo.
Per questo non possiamo dire semplicemente cambia i tuoi pensieri cambia la tua vita!
Dobbiamo andare più in profondità per chiederci qual è la vera radice di quello che sta accadendo oggi? E la risposta è che si tratta di un trauma emotivo sistemico non identificato, non curato e irrisolto.
Il problema del trauma emotivo è che la maggior parte delle persone nemmeno sa di averlo perché il trauma è considerato qualcosa che è una lesione fisica ma una ferita interna: è difficile da vedere.
Secondo Bowlby il trauma è però qualsiasi evento che minaccia seriamente la relazione di attaccamento ovvero che minaccia come io ho imparato a sentirmi al sicuro e connesso.
Quando non ti senti al sicuro, quando provi paura e questo è traumatizzante. Quanto bene ti riprendi da quell’evento si basa su quanto buono è il tuo livello di attaccamento, quanto sicuro sei nelle relazioni che hai nella tua vita. State già pensando che esagerazione non tutti subiscono traumi così gravi. Oh certo e vi dirò di più il trauma può essere acuto o cronico a secondo se è di ora o da molto tempo.
Velocemente vorrei elencarvi alcuni sintomi del trauma emotivo (perchè abbiamo detto il problema che abbiamo non è il vero problema è il sintomo!) quindi vediamo i sintomi:
• ANSIA, DEPRESSIONE
• INSONNIA
• VERGOGNA, ACCESSI DI RABBIA E PAURA
• IPERVIGILANZA E PERFEZIONISMO
• PROCASTINAZIONE E INCAPACITÀ DI RAGGIUNGERE OBIETTIVI
• COMPROMESSA CAPACITÀ DI AUTOPROTEZIONE
• AUTOLESIONISMO
• SENTIRSI INUTILI O SENZA VALORE
• SINDROME DELL’IMPOSTORE
• MANCANZA DI EMPATIA E TENDENZA AL BULLISMO
• MANCANZA DI FIDUCIA E RECIPROCITÀ NELLA RELAZIONI
Come guarire il trauma emotivo: l'esperienza emozionale correttiva e la relazione riparatrice
Sarebbe interessante sapere se ne trovate qualcuno che potrebbe risuonare con te o con qualcuno che conosci e credo che il vostro pensiero sia beh ma non è escluso nessuno. Ebbene sì perchè diciamo che a diversi livelli è una esperienza che riguarda tutti. Tutti abbiamo costruito in vario modo e a vari step il nostro attaccamento e tutti ne facciamo esperienza.
E poi gli abusi cronici, trascuratezza emotiva cronica, intenzionalmente o non intenzionalmente, ad esempio potresti avere un genitore o più avanti un compagno che è lì con te fisicamente, ma se non sono emotivamente connessi e lì sperimenti negligenza.
Tutte queste cose che stiamo vedendo sono tutti sintomi di una causa radice sottostante che non è stata affrontata.
Se è vero che per cambiare una cosa devi capirle questo non significa che capirla la renda giusta. Vedere un processo traumatico non significa osservare una scusa ma una spiegazione. Quindi quando vedi persone che fanno cose orribili nel mondo, cose illegali, cose in cui dici come può qualcuno fare una cosa del genere, non sono giustificabili cioè non possono essere rese giuste, punto. Se vogliamo cambiare il modo in cui vanno le cose, dobbiamo capirle a un livello più profondo: e la verità è che le persone ferite feriscono le persone, e questo, noi, lo neghiamo.
Oprah Winfrey diceva in un suo intervento e lo condivido “finché non risolvi il trauma che ha causato a quella persona persone di essere come è – ovvero letteralmente finchè non cambi il modo in cui il suo cervello ha imparato a funzionare quando da bambino si è trovato in un ambiente caotico – stai lavorando sulla cosa sbagliata. “
E tutte le questioni in cui c’è forte polarizzazione in cui si tratta di “me contro te” a qualunque livello, ci richiedono di cominciare a capire che non si tratta di cosa c’è di sbagliato in quella persona ma di cosa è successo a quella persona, cosa osserva e quindi qual è il suo contesto, e prima ancora, qual è il mio.
Il problema fondamentale non risiede nella persona stessa, bensì nel trauma che essa porta con sé.
Uno dei principali ostacoli che affrontiamo è la consapevolezza che la soluzione per guarire dal trauma risiede nelle relazioni sicure, ciò che Franz Alexander definiva “esperienza emozionale correttiva”.
Tuttavia, nel mondo contemporaneo, ci troviamo sempre più privi di sicurezza e connessione. Questo perché, se non riconosciamo il nostro trauma e non sappiamo prendervi cura, ma ci aspettiamo che gli altri, anch’essi feriti, ci assistano, finiremo per essere feriti nella stragrande maggioranza dei casi. Nel migliore dei casi, più comuni, saremo feriti da coloro che cercavano di prendersi cura di noi secondo il loro modo, derivante dal loro dolore e che, agli occhi degli altri, può sembrare incomprensibile, ma nel loro contesto rappresenta un senso di sicurezza.
La questione non è solo un problema di comunicazione! Come possiamo uscirne? Comprendendo il funzionamento del nostro trauma e apprendendo come guarirlo, trasformando noi stessi in figure di transizione.
Per questo motivo, desidero presentarti le tre fasi della guarigione del trauma, in quanto possono offrire una visione di ciò che potrebbe essere possibile se riuscissimo ad affrontare queste questioni in modo più profondo.
Le 3 fasi della guarigione
NEGAZIONE
CONSAPEVOLEZZA
SUPERAMENTO
La prima fase in cui ci troviamo attualmente è quella del rifiuto del trauma emotivo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un ciclo in cui il trauma emerge e viene soppresso, emerge nuovamente e viene di nuovo soppresso.
Per uscire da questo ciclo, dobbiamo iniziare a riconoscere il trauma emotivo che si manifesta sia a livello personale che di gruppo.
Quando si raggiunge il punto in cui siamo in grado di dire: “Ecco cosa è successo, ecco il trauma”, ci si sente momentaneamente sollevati. Tuttavia, non possiamo fermarci qui: dobbiamo essere in grado di superare il trauma per trascenderlo.
Trascenderlo significa accettare che quanto è accaduto non definisce chi siamo, perché nessuno è soltanto il suo trauma. È importante riconoscere ogni fase del percorso. Ciò che osserviamo nel mondo oggi è un’evoluzione dalla fase 1 alla fase 2.
Più velocemente riusciamo a riconoscere il nostro trauma individuale e quello degli altri, più rapidamente usciremo da questa situazione difficile.
Per comprendere questo concetto, possiamo prendere spunto dal più grande insieme di dati al mondo: la madre natura.
Si perchè se il problema è il trauma e l’obiettivo trascenderlo ma non riusciamo a sentirci sicuri nelle relazioni, siamo incastrati! Come si può sentirci sicuri tanto da condividere la propria ferita, creare intimità essere vulnerabili e cambiare la nostra mappa di dare/ricevere amore?
Qui di nuovo vi sorprenderò: la risposta non è stando con persone che mi capiscono perchè sono “come me”. E ce lo spiega appunto Madre Natura, il più grande insieme di dati al mondo: madre natura. Avete mai sentito il concetto di biodiversità? significa che in un ecosistema un’area, un ambiente, più sono diverse le cose, più esse sono più forti e possono essere più produttive, affrontano meglio quello che accade intorno.
Immagino che tutti noi vogliamo essere forti, e in grado di affrontare gli eventi, questo lo chiamiamo resilienza; e tutti vogliono essere efficaci nella propria vita. Quindi osserviamo bene la biologia: se siamo tutti uguali, tutti allo stesso punto, siamo più deboli.
Se siamo solo intorno a persone che sono proprio come noi, questo ci rende deboli: è la capacità di entrare in una prospettiva diversificata che ci rende forti. Riflettiamo sul famoso gruppo di pari..che ci tiene stagnanti.
Immaginate se invece di negare le esperienze l’una dell’altra possiamo realmente connetterci ed empatizzare l’uno con l’altro: c’è un’enorme quantità di saggezza nella diversità delle nostre ferite. Se possiamo capire le strategie di coping dell’uno dell’altro, i contesti dell’uno dell’altro possiamo cominciare a cambiare il mondo, partendo da noi.
La figura di Transizione
Se ti dedichi a identificare e curare il tuo proprio trauma emotivo, diventi ciò che viene definito un “personaggio transizionale”, e questa è l’idea che desidero lasciarti: oggi abbiamo bisogno di personaggi transizionali.
Nel 1998, il dottor Broderick ha descritto una figura transizionale come una persona che, in una singola generazione, cambia radicalmente il corso della sua linea generazionale, trovando un modo per elaborare il dolore e rifiutandosi di trasmetterlo ai propri figli. Queste persone rompono gli schemi: il loro contributo all’umanità consiste nel filtrare il veleno, permettendo alle generazioni successive di costruire su basi solide e produttive.
Essere una figura transizionale rappresenta uno degli onori più grandi che si possano avere nella propria discendenza. Potresti essere il primo della tua famiglia a frequentare l’università, il primo a avviare un’azienda e, se riesci a diventare una figura transizionale, avrai dato un contributo significativo al mondo. Potresti essere, come accennato in precedenza, il primo a costruire una famiglia sana, fondata su relazioni sane.
Ci sono cinque passaggi per diventare una figura transizionale.
Questo processo richiede tempo, ma la prima cosa da fare è:
- Validare l’esperienza di chiunque ci parli, indipendentemente dalla sua veridicità. Dobbiamo dare valore al contenuto emotivo di ciò che ci viene condiviso e, quindi,
- Empatizzare con quel contenuto: “Come ti senti? Deve essere davvero difficile attraversare questa situazione”. Più riusciamo a validare e non negare il trauma, meglio sarà. Una volta che iniziamo ad empatizzare, possiamo realmente
- Connetterci con gli altri a un livello più profondo, oltre ai sintomi. Questo ci dà l’opportunità di comprendere la vera natura del problema e quindi
- Riparare. L’antidoto per il perfezionismo è la capacità di riparare, così come per qualsiasi problema nel mondo esterno, la capacità di ottenere empatia e riparazione. Una volta compiute queste azioni, siamo in grado di comprendere i
- Nuovi confini e di impostare nuovi limiti.
La prossima volta che ti chiedi “perché sta succedendo questo”, credo che la risposta sia che è giunto il momento delle figure transizionali, in modo da interrompere il ciclo del trauma emotivo in questa vita.
Bibliografia
- “Prospettive sull’Intervento Familiare: Strategie di Cambiamento” di Jay Haley
- “The Batterer as Parent: Addressing the Impact of Domestic Violence on Family Dynamics” di Lundy Bancroft
- “Breaking Free of the Co-Dependency Trap: How to Stop Controlling Others and Start Caring for Yourself” di Barry K. Weinhold e Janae B. Weinhold
- “The Transitional Character: Psychotherapy of the Self” di Donald W. Winnicott e Walter Clyde Hood
- “In Search of the Human Mind” di John C. Lilly e Gerald D. Sheinfeld (contributi di Broderick Carfred)
- “The Platinum Rule: Discover the Four Basic Business Personalities and How They Can Lead You to Success” di Tony Alessandra e Michael J. O’Connor
- “Una base sicura: Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento” di John Bowlby
- “Attaccamento e Perdita” di John Bowlby (serie in tre volumi)