Sei un vero empatico o, piuttosto, sei cresciuto in un ambiente familiare in cui dovevi anticipare le emozioni di tutti intorno a te per proteggerti, in modo da poter percepire un cattivo umore con lo sguardo o persino dal modo di respirare? È una domanda veramente potente che getta luce sulla necessaria distinzione tra empatia ed ipervigilanza emotiva.
Sì, perchè la tua capacità di percepire e rispondere agli stati emotivi degli altri potrebbe essere stata plasmata dall’ambiente familiare in cui sei cresciuto. Non si parla solo di empatia, ma di una forma di consapevolezza emotiva che potrebbe essersi evoluta come meccanismo di difesa.
Ciò che scoprirai potrebbe cambiare il modo in cui affronti le tue relazioni e la tua comprensione delle emozioni
Essere empatici è un dono
L’empatia è un modo di connettersi con gli altri, di comprendere e condividere le loro emozioni. Tuttavia, quando cresci in un ambiente familiare in cui c’è più tensione nell’aria che amore, la tua abilità di percepire le emozioni altrui potrebbe evolversi in qualcosa di più sottile e insidioso e potresti diventare iper vigilante sulle emozioni degli altri, con non poche conseguenze.
Immagina di camminare su una fune tesa, costantemente in bilico tra le emozioni degli altri e le tue difese personali. La tua capacità di leggere le espressioni facciali, di rilevare cambiamenti nei toni di voce o persino di captare il minimo sospiro diventa una seconda natura. Ma c’è un prezzo da pagare.
Mentre l’empatia autentica si basa sulla connessione e sulla comprensione reciproca, l’iper vigilanza emotiva è una risposta a un ambiente che richiede un costante monitoraggio delle emozioni per proteggersi. È come vivere con un radar emotivo sempre acceso, pronto a captare il minimo segnale di pericolo.
L’American Psychiatric Association (APA) descrive l’ipervigilanza come “vigilanza estrema o eccessiva: lo stato di essere altamente o anormalmente vigili rispetto a potenziali pericoli o minacce.” Questa costante allerta verso il pericolo può, a prima vista, sembrare simile a un tratto spesso celebrato: l’empatia.
Ma cosa accade quando il nostro radar emotivo è stato affinato nella fucina della disfunzione familiare? Quando l’empatia diventa una lente attraverso la quale filtriamo il mondo, distorta dal trauma e dall’iper vigilanza? La verità scomoda è che molti di noi, specialmente dopo relazioni tossiche, possono ritrovarsi a riconoscere che i segnali della nostra ipervigilanza assomigliano a sorprendenti tratti di empatia.
Dopo una relazione tossica, ci svegliamo dall’incantesimo della violenza emotiva, ma a volte ciò che scopriamo è sconcertante. I comportamenti ipervigilanti che avevamo sviluppato, in un certo senso, ci facevano sembrare empatici. Onestamente, riconosciamo che, in molte circostanze, eravamo ipervigilanti sin dall’infanzia, un risultato diretto di crescere nell’ombra della disfunzione.
Siamo cresciuti imparando a leggere le situazioni e le persone, non per una connessione empatica pura, ma per evitare conflitti, violenza o altri comportamenti legati al trauma. La nostra capacità di percepire le emozioni intorno a noi è stata plasmata dall’esigenza di sopravvivere, adattandoci a un ambiente emotivamente pericoloso. È come se avessimo imparato a navigare in un mare tumultuoso, anticipando ogni onda per evitare il naufragio.
Molte persone confondono l’essere un empatico con l’essere ipervigilanti. La vera empatia si manifesta come la consapevolezza della prospettiva altrui, una connessione profonda con le esperienze di un’altra persona.
D’altra parte, l’iper vigilanza si attiva quando siamo costantemente concentrati su come gli altri si sentono, cosa stanno pensando e persino quando percepiamo lievi cambiamenti d’umore. Questo stato costante mantiene il nostro sistema nervoso in uno stato di lotta o fuga, sempre in cerca di segnali per rimanere al sicuro.
La lunga esposizione all’iper vigilanza può persino portare a una perdita di memoria (dissociazione) rispetto agli eventi e questo è paradossalmente dovuto proprio al fatto che la mente è costantemente focalizzata sulla sopravvivenza. È importante riconoscere che l’iper vigilanza spesso è una strategia di adattamento comune per coloro che sono cresciuti in ambienti caotici, insicuri o imprevedibili.
Ci abituiamo a leggere la stanza per evitare conflitti, violenza o altri comportamenti legati al trauma. Se riusciamo a percepire le emozioni intorno a noi e ad adattarci ad esse, potremmo essere in grado di evitare ulteriori traumi.
Rendersi conto che non si è empatici in senso spirituale ovvero non si ha il potere magico di sentire ciò che provano gli altri ma si vive la conseguenza di un trauma che ci ha fatto diventare iper-consapevole delle altre persone e di ciò che mi circonda. è probabilmente una svolta personale.
Le persone che hanno subito un trauma spesso assumono personalità gradite alle persone per evitare conflitti, il che costituisce un abbinamento perfetto per qualcuno felice di abusarne e questo rimette in gioco: questo da anche molto senso alla connessione narcisistica.
Ovviamente ci troviamo di fronte a due narrazioni direi molto diverse. Nella narrazione dell’empatia, siamo moderni supereroi, che sentono tutto profondamente perché siamo così connessi agli altri. Nella narrazione del trauma, dobbiamo guardare al nostro dolore, riconoscerne l’impatto e determinare un percorso verso la guarigione. Solo la seconda porta a una vera e profonda connessione evitando tutte le ferite di cui parlano la maggior parte delle persone che si definiscono empatiche; solo la prima non spaventa.
Chi ha vissuto traumi emotivi diventa estremamente attento e consapevole del proprio ambiente. Si è fortemente concentrati su ciò che le persone stanno provando o pensando e questa “capacità” è una forma di adattamento dettato dalla modalità sopravvivenza: una risposta a un ambiente di crescita insicuro o instabile. Ad esempio:
- Aver vissuto abusi emotivi
- Uno o entrambi i genitore con scatti di rabbia imprevedibili
- Assistere a relazioni disfunzionali e violente
- Ricevere il trattamento del silenzio come punizione
- Aver avuto genitori emotivamente negligenti
- Essere stato adultizzato (assumere i comportamenti da adulti precocemente)
Noti ogni cambiamento d’umore perché nel passato quel cambiamento significava che saresti stati maltrattato, ignorato o criticato. Significava che non avresti ricevuto amore o affetto o che qualcuno sarebbe stato arrabbiato con noi, e questo era spaventoso.
L’iper vigilanza crea situazioni in cui:
- Ci si sente responsabili di come si sentono le persone intorno a noi
- Ci si deve prendere cura degli altri adulti
- Ci preoccupiamo di far sentire gli altri a proprio agio anche se questo significa venir meno a noi stessi
Nelle famiglie sane, i bambini crescono con genitori stabili e prevedibili che possono aiutarli regolare il loro sistema nervoso. Non hanno bisogno di notare ogni cambiamento o variazione emotiva. Non hanno bisogno di tenere sotto controllo il clima emotivo della casa, in alcun modo, neanche assicurandosi che i fratelli (pari) stiano bene, o che i genitori (eventualmente dopo una lite) stiano bene.
L'empatia è diversa dall'iper vigilanza.
L’empatia è la capacità di vedere qualcosa dalla prospettiva di un’altra persona. Non significa assumerci i loro problemi o le loro emozioni come nostri. Significa capirli pur conoscendo i nostri limiti.
Avere empatia vuol dire non lasciare fuori sè stessi, quindi è rivolta anche verso di noi. Possiamo lasciare situazioni che ci feriscono, possiamo proteggerci e permettere alle persone di essere responsabili delle proprie vite.
Avere empatia significa sapere cosa è nostro compito e cosa no. Vuol dire comprendere ed accettare, che non possiamo cambiare, controllare o gestire i problemi delle persone. Significa costruire relazioni con persone che sono responsabili di se stesse, ovvero con persone per le quali non dobbiamo svolgere un ruolo genitoriale
Se tutto questo risuona e te considera di ottenere il giusto supporto e guarire finalmente queste ferite. Non deve per forsa restare tutto così.